Salvatore Mangione, San Martino e il povero, 1973, Galleria d’Arte Moderna, Torino.
Secondo la teoria matematica di Wittgenstein è giusto tutto ciò che diventa comune: Salvatore Mangione, in arte Salvo, riflette su tale teoria attraverso il mezzo artistico.
Di fronte all’opera conservata alla GAM di Torino “San Martino e il povero” rimaniamo immediatamente spaesati: la tela in questione è molto simile alla celeberrima opera cinquecentesca “San Martino divide il mantello con un mendicante” di El Greco. Ci troviamo però nella sala del museo dedicata all’arte italiana più recente.

Indubbiamente avere una certa familiarità con il soggetto induce a prolungare lo sguardo sulle peculiarità dell’opera. Rimaniamo quindi infastiditi nel constatare che il San Martino di El Greco, tradizionalmente riconosciuto capolavoro dell’arte moderna, viene manomesso in maniera estremamente maldestra e kitsch. Salvo decide infatti di sostituire i colori tetri della tela cinquecentesca con cromie piatte e vivide. Si tratta delle stesse tonalità brillanti a cui ci abitua un mondo privo di profondità, montato spesso attraverso accattivanti immagini televisive.
Salvo dunque attualizza il capolavoro, ma resta insoddisfatto e decide di annidarsi nella “bellezza riconosciuta” con fare provocatorio. Ecco che il viso di San Martino viene sostituito con quello della moglie ed Inizia una sfida aperta tra l’artista affermato dalla tradizione e la giocosità estrema di quello contemporaneo. L’attacco prosegue dal punto di vista iconografico: la figura simbolica del Santo viene paragonata a quella di una donna comune, la moglie di Salvo.

Se concediamo all’opera l’opportunità di non indisporre la nostra pazienza, ci renderemo conto che l’artista sta cercando di instaurare con noi un dialogo meno banale di quanto sembri. Di fatto Salvo rivendica in modo efficace la propria eccezionalità, l’artista sceglie di agire all’interno di una coralità consolidata e si appella alla dimensione collettiva.
Le forme del capolavoro vengono di conseguenza private forzosamente del proprio peso e volume. L’artista realizza una semplificazione dissacrante ma necessaria per esprimere in toto la profondità del concetto. L’osservatore si trova coinvolto inaspettatamente in un’esperienza tutt’altro che scontata. Appare evidente come l’opera di Salvo ci inviti a riflettere sul valore che diamo alla nostra realtà, su quali aspettative nutriamo riguardo l’arte e chi la produce. L’artista torinese pare indicare se stesso ed alzare la voce chiedendoci di poter prendere parte all’eterna favola della storia dell’arte.
In definitiva, dall’opera di Salvo emerge come solo attraverso un soggetto semplice diventa possibile comunicare con libertà questioni complesse. L’artista propone con ostentata banalità un concetto tanto problematico come quello della posizione dell’artista nella società contemporanea. Ciò permette allo spettatore di accedere inaspettatamente ad un’ampia riflessione sulla realtà che pratica ogni giorno. A tal proposito Salvo dichiara: “a me è sempre piaciuto l’aspetto ambiguo delle cose: il falso primitivismo, la falsa ingenuità, il falso incolto, il falso stupido, perchè tutto ciò e è apparentemente intelligente, tecnico io lo trovo oltremodo fastidioso. Non lascia mistero”.

Evviva dunque l’artificio che corrompe il simulacro adattandolo all’oggi. È proprio nello scarto tra l’aspettativa e la realtà che si scopre l’essere, basta non arrendersi alla complessità del gioco.
Angela Calderan
