AGENORE FABBRI

Il comun denominatore delle opere pittoriche e scultoree di Agenore Fabbri è l’intensità espressiva.

Nel corso di una lunga carriera, l’artista toscano si confronta con diversi tipi di materiale, per tradurre con efficacia ed irruenza il dramma personale di un’esistenza difficile.

In effetti, è soprattutto la sofferenza ad emergere dalle figure di Fabbri: uomini, forme indefinite ed animali. In accordo con l’amico Picasso, l’artista riconosce proprio nell’animale un veicolo espressivo puro ed incensurato. Particolarmente eloquenti sono infatti i corpi degli equini, che si contorcono secondo sentimento, definendo uno spazio di eccezionale autenticità. Le opere di Fabbri sembrano rinunciare a reticenze ed intellettualismi, per denunciare a gran voce la difficoltà dell’esperienza umana. Così, il dramma dell’autore si propaga dalle sue creazioni allo spettatore, suggestionandolo e coinvolgendolo fino alle lacrime. Simili ad esperienze catartiche, queste opere rimandano a stati emotivi primari e perturbanti quotidianamente dissimulati.

Agenore Fabbri è un artista che lavora al di fuori dal tempo, soverchiando e disgregando le coscienze, fino ad intrattenere con l’intera umanità un discorso spontaneo e fatale. “Hecce Homo!”, sembra asserire deciso questo autore, mentre coinvolge lo spettatore di ogni epoca nelle sue storie tormentate e nevralgiche.

L’opera di Agenore Fabbri è un vero e proprio bagno purificatore, un procedere a briglie sciolte verso orizzonti poetici senza definizione. La linfa vitale di questi lavori è certamente la passione. Si tratta di una forza trainante, che accompagna l’osservatore tra la melma, per restituirlo al mondo “candito”. Ovvero, arricchito e trionfante, in una sorta di redenzione umana. Questa è da intendersi come “bello e grande dolore (…) rivelato per l’eternità”. Tale interpretazione è presa in prestito da Arturo Martini, che Agenore conobbe in uno dei suoi frequenti passaggi nell’amata Albisola.

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