Riflessioni dalla Biennale di Venezia 2024

Il cubismo insegna che moltiplicare le prospettive porta alla perdita della tridimensionalità della realtà: essa si appiattisce, diventando più semplice e immediata.

Similmente a questo movimento artistico, la Biennale 2024 si presenta come una concatenazione concettuale e bidimensionale delle possibili espressioni di “straniero”. È un racconto-raccolta che prescinde dal tempo e dallo spazio (non abbiamo tempo e non abbiamo spazio), avanzando nella riflessione attraverso un accostamento di immagini che, volutamente, evita la stratificazione. Questa scelta, a mio avviso, rappresenta una rinuncia alla profondità e quindi alla complessità.

Durante le giornate trascorse a Venezia, emerge gradualmente la necessità di abbandonare l’idea di comprendere l’altro a tutti i costi, di “verticalizzare e scavare”. Si approda invece a un’esperienza più autentica e diretta: un’“esperienza partecipativa” in espansione, in cui lo straniero viene osservato da diverse prospettive, “voracemente” e “ovunque”.

Il processo che prende vita a Venezia è fatto di disgregazione e aggregazione, un percorso organico in cui ci si sfuma nell’altro, rinunciando a immaginarlo secondo categorie predefinite. Ci si trova a “com-porre” l’intersoggettività e a scom-porre la soggettività, interrogandosi su come sia possibile convivere senza conflitti e fraintendimenti, senza “alterare o confondere”.

L’allestimento di Pedrosa sembra indicare una via. L’arte non è più la “rosa gialla” di Borges, il simbolo che parla di sé stesso, ma torna a raccontare qualcosa. Resta però incerto quale sia l’oggetto della speculazione: l’arte diventa lo strumento stesso di questa ricerca. Una ricerca verso un linguaggio comune, che “allow us to become parent”.

In altre parole, questa Biennale costruisce una cacofonia di suggestioni: una carrellata di alterità che si susseguono senza sovrapporsi. È un dito che indica qualcosa dai contorni sfumati, ancora in evoluzione. L’arte oggi è proprio questa armonia sospesa in La bemolle, rappresentata con grande efficacia nel Padiglione Italia di Bartolini.

Al termine del percorso, ci si può fermare nel Giardino delle Vergini per pensare, pregare, meditare e collocare anche il nostro pensiero -oltre che il nostro corpo- dove tutte le linee si incrociano: nella dimensione del presente.

In questo giardino, i ritmi discordi di tempi e spazi diversi si fondono in una melodia unica. È un intreccio che inquieta e trattiene, opacizza e insieme preannuncia qualcosa, accettando di non definirlo.

Siamo davvero presenti e “Stranieri Ovunque”: nell’alterità troviamo la chiave di volta per uscire dalle prigioni culturali di cui siamo schiavi da troppo tempo.
La Biennale di Venezia, quest’anno, ci invita all’ascolto e all’osservazione, ci invita a partecipare al “carnevale” dei mondi possibili. Finalmente nessuna maschera prevale sull’altra, e si depongono le armi per iniziare la vera e propria resistenza.

Lucia Palladino, artista transdisciplinare, descrive con precisione la natura di questa tensione, definendola “attivismo contemplativo”: una forma di resistenza che richiede pazienza e invita a fermarsi, lasciando all’arte il compito di suggerire e generare alterità emotive, formali, culturali e storiche.
Se “la semplicità è una complessità risolta”, allora Stranieri Ovunque e i suoi eventi collaterali ci invitano all’ascolto, e ci predispongono ad accogliere la complessità passata, con l’intento non dichiarato di semplificare ciò che verrà.

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