Cosa ci fa una storica dell’arte alla Biennale di Architettura di Venezia?

È con lo sguardo di una storica dell’arte che ho attraversato le texture delle proposte della Biennale Architettura 2025, a partire dalla mostra principale all’Arsenale. Qui, le tematiche urgenti del nostro tempo (crisi ambientale, trasformazione digitale e il ruolo della collettività) danno forma e senso ai materiali dei nostri spazi vitali.
Centrale, da secoli, rimane il concetto dell’abitare, colto nei suoi significati profondi di rifugio, protezione e identità.

Entrando nell’Arsenale l’impatto è immediato: ci accoglie un ambiente caldo, insopportabilmente umido, che ci espone a uno stress termico insostenibile. Subito dopo, un’aria fresca e riconfortante ci avvolge, evidenziando come il privilegio del nostro tempo sia poter disporre di spazi climatici tollerabili. Si tratta di luoghi dove è possibile fermarsi e riflettere, dove esercitare il pensiero critico.

Proseguendo tra gli spazi dell’Arsenale, emerge un altro tema centrale: il binomio intelligenza artificiale – natura organica. Due mondi apparentemente distanti che, oggi, possono collaborare grazie all’intelligenza umana. Si delinea un nuovo e digitalissimo umanesimo, fondato sul potere demiurgico dell’uomo. Non è più la mano a plasmare la realtà, ma la ragione a controllare la natura per raggiungere i propri scopi.

Il senso permane, lo scopo cambia: se nel Rinascimento si rimodellava la realtà in funzione del piacere estetico, oggi si lavora per rendere la natura più efficiente rispetto alle nostre urgenze, perdendo però la sua identità di “interlocutore, controcorpo” (Han) .

Si cerca collaborazione là dove ciò che è naturale, per definizione, sfugge al controllo. Si ripensa la manipolazione non più come espressione del bisogno umano o della nostra identità sociale, politica e culturale, ma come una possibile alleanza armonica che segue le regole dell’ambiente.

Tutto questo prende forma in un percorso tra piante create in laboratorio e installazioni video basate sull’ intelligenza artificiale.
Progressivamente, si insinua una domanda: possiamo davvero avere tutto? Una natura bella, collaborativa, efficiente? È la natura stessa descrivibile, dicibile, comunicabile o controllabile?

Nel frattempo, si sperimentano nuovi spazi, pubblici e privati, ripartendo da un concetto fondante e da sempre stressato all’estremo: il tetto, il rifugio.
Abbiamo costruito le nostre abitazioni per proteggerci dalla violenza dell’esterno, ma quella stessa violenza è entrata nei nostri spazi più intimi attraverso l’altro, li ha corrotti e ci ha riportati verso l’esterno.
Il rifugio antico, oggi, ci fa sentire più esposti e vulnerabili che mai.

Chiediamo alla natura di tornare a insegnarci il ritmo della vita, di entrare con noi tra le mura domestiche, di restituirci quella quiete che abbiamo smarrito.

Natura e intelligenza artificiale: due “altri” che non condividono il nostro spazio. Ma chi abita davvero il nostro rifugio?

Passeggiando tra le opere della Biennale, emergono domande sul nostro rapporto con l’altro: spesso guardato da lontano, senza voce, senza sguardo.
E sul confine tra naturale e artificiale, che cerchiamo di armonizzare quasi con violenza.
Ci muoviamo tra angosce sociali e climatiche, cercando soluzioni senza davvero guardarci negli occhi.
Ma abitare con l’altro significa condividere vita, ritmi, progetti, con fiducia e reciprocità.
Solo così possiamo creare relazioni orizzontali e sviluppare insieme una coscienza condivisa, che si estende a natura e animali, per costruire insieme “il migliore dei mondi possibili”.

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