Riflessioni sulla Biennale d’Arte 2026
Minor Keys si apre sul la bemolle con cui si chiudeva il padiglione di Bartolini nella precedente edizione 2025: una transizione quasi impercettibile, senza rotture. Forse proprio perché ciò che davvero può emozionare e suscitare riflessioni è lo spazio della relazione. Uno spazio che non richiede dimostrazioni spettacolarizzanti ma rapporti intelligenti, tanto tra le due edizioni della rassegna d’arte, quanto tra l’“io” e il “tu” così estraneo e presente in questi eventi.

Il tema dell’altro è in effetti molto importante per gli artisti contemporanei, che si scontrano con una società di gomma, dove tutti sono terrorizzati dalle proprie fragilità. Quindi la domanda che si pone lo spettatore è: Come uscire da questa resistenza difensiva ed esporsi senza timore? Venezia durante Biennale è un’unica occasione d’esercizio essendo la città stessa storicamente viva e in tensione tra “conservazione e dissoluzione”.
Quest’anno artisti e mostre sembrano indurci ad una trasformazione lenta e spontanea, senza usare irruenza e provocazione. Quest’anno tutto (o quasi) è espresso in Tono minore:
“Racconta il trauma senza infliggerlo, attraversa il dolore senza sacrificare la complessità e la bellezza. In un tempo che sembra chiedere all’arte solo denuncia e consolazione, le frequenze più basse del presente aprono a un’esperienza collettiva di ascolto e possibilità.”
Ho iniziato le mie giornate a Venezia sovraccaricata dalle narrazioni visive che pervadono la nostra comunicazione quotidiana: tutto è spettacolarizzato, attira e satura lo sguardo.
Eppure, proprio da questo eccesso nasce il bisogno opposto a cui rispondono le mostre in laguna: quello dei toni minori, capaci di restituire spazio allo sguardo e al pensiero. In questo elenco vorrei parlare dei lavori che ho reputato più interessanti e coerenti al tema dell’evento.
Nelle Gallerie dell’Accademia Marina Abramović lavora sull’energia dei depositi minerari e sulla loro trasformazione nel tempo, in un processo che richiama anche la dimensione emotiva dell’amore: qualcosa che espone e rende vulnerabili. In questo movimento tra attrazione e separazione, si manifesta l’idea che la creatività viva proprio nel continuo passaggio da uno stato all’altro, nel non trattenere ciò che rischia di “morire” e mantenerlo in vita separandosene.


A Palazzo Fortuny Erwin Wurm guida il nostro sguardo con l’ironia e il paradosso. La pesantezza dell’eccesso viene disinnescata attraverso la distorsione: oggetti quotidiani si avvitano sui corpi instabili, ancorati nella terra da modelli imposti dal capitalismo sfrenato.
Boetti e Ufan alle Proceuratie aprono spazi di segni e geometrie che evocano il dialogo vivo e teso tra le identità dell’artista e le diverse nature dell’arte: riflessione e intrattenimento, materialità e sospiri.


Alla Fondazione Prada Arthur Jafa e Richard Prince denunciano la “rude virilità” della società americana che influenza così fortemente tutto il mondo globalizzato. Sono proprio questo individualismo e machismo gli elementi principali da ridiscutere oggi, per lasciare spazio a nuove possibilità espressive.

Michael Armitage a Palazzo Grassi si confronta con la sofferenza e con le sue forme di rappresentazione. La sua tecnica densa che sovrascrive i legni originari dell’africa rievoca rappresentazioni potenti, capaci di aprire varchi di sofferenza tra dimensioni sociali, culturali ed ecologiche. Si parla di migrazioni: vite strappate e poi sospese in luoghi che non hanno coordinate se non quelle della violenza. Si parla di promesse che generano relazioni interspecie, offrendo nuove forme grottesche e piene di viva speranza.

A Ca’ Pesaro Saville mette in discussione il linguaggio stesso della pittura e la sua storia tradizionale, invitando a ripensare ciò che vediamo e la prospettiva maschile attraverso cui tradizionalmente lo raccontiamo. È un invito a ricominciare dalla tela e dall’olio, amplificando la presenza della carne per interrogarsi sui significati sociali del corpo. Sembra dialogare direttamente con l’opera July Chicago, esposta nella galleria Alberta Pane. Qui vengono esplorate diverse fasi creative dell’artista, dove viene evocato il corpo femminile, per mettere in discussione il paradigma patriarcale nella definizione del futuro.


A Palazzo Manfrin Anish Kapoor alterna spazi di nero assoluto e descrizioni dei processi che generano queste opere uniche. Si tratta di vuoti che non annullano, soglie disorientanti, fonti preziose dal quale sgorgano nuove possibilità di significato.

Il rapporto tra arte e intelligenza artificiale viene affrontato, tra gli altri, da David Salle a Palazzo Cini, che riflette sulla distanza tra le cose e la loro rappresentazione ai tempi della digitalizzazione. È importante ricordare che la tecnologia crea fratture ciclicamente nel corso della storia dell’arte ed oggi subiamo quella dell’Intelligenza Artificiale con particolare intensità. L’immagine si sgancia da ciò che descrive, ma sopravvive nella creatività dell’artista come è accaduto in tutti questi anni di storia. Infatti, ripetendo le parole di Leone XIV per il consigliatissimo padiglione della Santa Sede al Giardino Mistico, “La logica degli algoritmi tende a ripetere ciò che funziona, ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto deve essere immediato e prevedibile”.

Anche il lavoro di Paulo Nazareth a Punta della Dogana si muove in questa direzione: il passaggio da uno stato all’altro qui esemplificato nella pratica del cammino diventa pratica conoscitiva. In questo caso è il corpo lo strumento e l’opportunità d’accesso alla memoria e alla trasformazione.

Spostandosi nell’Isola di San Giorgio si entra nella dimensione preziosa della spiritualità, intesa come strumento per interrogare il presente. Nella Chiesa palladiana di San Giorgio Maggiore, Barry X Ball dialoga con Tintoretto e con la tradizione dell’immagine sacra usando materiali pregiati quali argento e marmo. Figure come San Bartolomeo trasformano lo strazio della sofferenza in occasione di rivelazione. L’arte traduce i pilastri della fede in opere di grande potenza evocativa. Poco distante, alla Fondazione Giorgio Cini, Georg Baselitz riprende la monumentalità delle icone religiose in grandi tele dorate dedicate alla moglie. La compagna di una vita ora è disciolta nell’oro, un materiale prezioso e assoluto che assorbe il tempo, le ombre e le nostalgie, sospendendo la figure in un’eterna promessa d’amore.


Accanto a queste esposizioni si articolano progetti e mostre della Biennale. In particolare, nei padiglioni nazionali domina il tema del corpo. Un corpo sempre più carico di responsabilità, esposto alle trasformazioni della storia e alle pressioni della tecnologia. Tra Arsenale e Giardini, spiccano Lussemburgo, Taiwan, Grecia e Francia, introducendo un registro ironico e leggero, che personalmente ho trovato opportuno e coerente alla mostra di Koyo Kouoh .
In particolare, tra i padiglioni ho preferito su tutti la Francia con Yto Barreca. L’artista avvia una riflessione interessante ma leggera, dove il mito di Saturno diventa chiave per leggere la nostra instabilità. Il cosmo gioca con i corpi e le energie all’interno di un quadro che sfugge alle strutture spazio temporali umane, portando lo spettatore in una dimensione più ampia. Tutto ciò non deresponsabilizza, ma stimola a alleggerire i pesi, a ridimensionare le nostre identità e fisicità e, soprattutto, ad “avere pazienza” verso una “polisemia” densa di simboli e contraddizioni.

Anche l’Italia rappresentata da Chiara Camoni si distingue per originalità e densità poetica. I materiali di scarto e le relazioni con gli artisti incontrati nel suo percorso si trasformano in narrazione. L’identità non è più qualcosa di stabile e da rivendicare, ma un processo che si origina dall’incontro instabile tra storie, rifiuti e ritmi sovrapposti. Con te con tutto apre alla possibilità di ritrovarsi in forme nuove, invitandoci a interrogare il presente con nuove “architetture in costruzione”.

Ed è proprio dal dialogo con gli artisti innescata dall’artista in questa Biennale che si genera la proposta del futuro. Una energia rigenerante che continua nello spettatore, chiamato a completare l’opera fuori dalla dimensione dell’arte, agendo attivamente nella propria quotidianità.

Nella mostra centrale Minor Keys, curata da Koyo Kouoh all’Arsenale e ai Giardini emerge un’idea di bellezza che non consola, ma resiste. È una bellezza “intrattabile” (come ricordato da Bonaventure Soh Bejeng Ndikung alla Biennale San Paolo 2025 ), che non si lascia ridurre a forma unica e che nasce spesso da condizioni di marginalità e avvia processi curativi e di trasformazione.
L’arte diventa così uno strumento di resistenza simbolica e di proposte alternative rispetto al presente. Non offre soluzioni, ma apre possibilità.
Come afferma Khaled Sabsabi tra l’arsenale e il padiglione dell’Australia: “La verità non è qualcosa da trovare, ma qualcosa che si impara a vedere”. Il nostro dovere in qualità di spettatori è mantenere questa energia viva e inquieta, lo sguardo aperto e non cedere alla malinconia o alla disillusione.

La mostra principale di questa Biennale costruisce un paesaggio fatto di linguaggi diversi, suoni, memorie e tensioni. Non impone un’unica lettura, ma apre varchi suggerendo prospettive sul passato e innescando orizzonti di possibilità sul futuro. Musica, archivi, storie minori, realismi alternativi, cosmologie, trascendenze e odori si intrecciano in una mostra densa e riuscita, che ci chiede di essere osservata, odorata e ascoltata prendendosi tempo e spazio. Gli allestimenti in cartone e le sedute frequenti sono esteticamente e concettualmente coerenti con una visione curatoriale impeccabile, il cui proposito è assemblare possibilità e gettare luce su chi “ripara ferite e mondi”.
Si esce da Venezia con la sensazione di essere “mele appiccicose”, “caramellate” (ma sopraffatte) da una moltitudine di immagini e suggestioni. Si percepisce scorrere nel proprio corpo l’energia divina (“IPAA”) sprigionata dalla promessa che apre la mostra in Arsenale: “Sana, sana, colita de rana, si no sana hoy, sanarà mañana”.

Forse è proprio questa la semplice, infantile, banale verità: non esistono risposte definitive, ma possibilità che attivano e rendono creativo il nostro libero arbitrio. È possibile osservare ciò che guasto, ripararlo con pazienza, nella speranza e certezza che domani sarà sano.
“Ogni mondo osservabile è una possibilità abitabile da qualcun altro”: per ridefinire il futuro è necessario ritrovare la relazione con l’altro e scegliere con rispetto e consapevolezza. Siamo persone, entità virtuali e unità di consumo in un sistema di valori che può essere diverso, che può basarsi sulla dignità condivisa e sulla bellezza relazionale. Forse oggi tutto questo è associato alla resistenza, ma chissà che per il tu di domani diventi “normalità”.
































