Ho avuto occasione di conoscere Carlo Iorietti poco tempo fa, in veste di membro fondatore del “Collettivo37” con “Ale” (Alessandro Merlo) e “Roby” (Roberto Borra). Nel 2016 i tre amici danno vita ad un progetto ambizioso, volto ad arricchire e rinnovare il panorama creativo torinese. Si tratta di un’utopia in corso di realizzazione tutt’oggi, tanto nelle attività dell’associazione quanto nelle opere che i tre artisti continuano a produrre.

Collettivo 37 rappresenta per Carlo Iorietti un’occasione per maturare nuove conoscenze, che determinano un cambiamento sensibile nel suo sviluppo artistico. L’artista, infatti, percepisce con sempre maggiore insofferenza i limiti dei canoni compositivi appresi negli anni della formazione accademica, fino a che nel 2015 decide di abbandonare in modo definitivo la dimensione figurativa. Inizia così un percorso dedicato all’esplorazione di quelle dimensioni astratte che, a ben vedere, già comparivano timidamente negli ultimi ritratti.
Lo scenario in cui Iorietti si trova a dipingere è una corrida ideale: la sede dello scontro è il proprio atelier. Si tratta di un confronto tormentato, la cui complessità emerge nei caratteri drammatici del ciclo legato alle teste di toro. L’artista, invero, raggiunge una dimensione libera, dove tutto diviene possibile ed opportuno. Le opere realizzate dal 2015 colpiscono per la ricchezza delle cromie: tonalità squillanti, accostate di volta in volta in maniera diversa, finiscono per generare tensioni che eccitano l’animo dello spettatore. Si tratta di un’esperienza intensa, interamente consumata nella fantasia dell’osservatore: uno sfogo coloristico e sensuale, capace di proiettarci vertiginosamente oltre i limiti della coscienza.

L’artista torinese riconosce nel colore il mezzo adatto a trasmettere le proprie percezioni. L’intensità delle cromie determina “una pittura onesta”, non suscettibile di essere fraintesa come la parola, ma che si sviluppa “sotto forma di una scrittura che inventa segni e che non cerca di imitare”. I sogni infantili si intrecciano alle utopie dell’uomo adulto e si librano come colombe, dal celeste degli occhi di Carlo agli aranci intensi delle tele che popolano lo studio. L’opera dell’artista riflette una ricerca interminabile, che sfugge a sé stessa, senza mai realizzarsi in modo compiuto. L’arte di Iorietti è un’arte da “godere” che rifiuta qualsiasi intellettualismo, in accordo con le considerazioni di Picasso:
“Tutti vogliono capire la pittura. Perché non cercano di capire il canto degli uccelli? Perché amiamo una notte, un fiore, tutto quanto circonda l’uomo senza cercare di capire? Mentre nel caso della pittura la gente vuole capire…L’artista lavora per necessità”.
Il segno pittorico di Carlo è un mezzo capace di soddisfare una necessità espressiva in continua evoluzione: i colori appaiono l’unica terapia capace di acquietare l’animo esigente dell’artista. Il percipiente nella trasparenza dell’opera coglie il riflesso del suo creatore, il quale ci offre un dono prezioso: un’esperienza unica, compiuta e goduta.
Cromie e libertà. Un respiro profondo verso l’infinito.
Grazie Carlo
Angela Calderan
